| Alcune idee e proposte
* 4 ottobre 1999 - Angelo Baracca
<baracca@fi.infn.it>
* 20 ottobre 1999 - Angelo Baracca <baracca@ff.oc.uh.cu>
* 22 ottobre 1999 - Elisabetta Donini <donini@agraria.unito.it>
* 19 luglio 2000 - Paola Letardi <letardi@icmm.ge.cnr.it>
* 20 luglio 2000 - Angelo Baracca
<baracca@fi.infn.it>
* 20 luglio 2000 - Marco Cervino
<M.Cervino@isao.bo.cnr.it>
* 20 luglio 2000 - Mauro Cristaldi
<Mauro.Cristaldi@uniroma1.it>
* 22 luglio 2000 - Elisabetta Donini
<donini@agraria.unito.it>
La ricerca e il militare
* 4 novembre 1999 - Lucio Chiappetti
<lucio@ifctr.mi.cnr.it>
* 5 novembre 1999 - Andrea Martocchia <martok@sissa.it>
* 8 novembre 1999 - Libero Vitiello
<vitiello@civ.bio.unipd.it>
* 9 novembre 1999 - Angelo Baracca <baracca@ff.oc.uh.cu>
* 12 novembre 1999 - Franco Marenco <marenco@g24ux.phys.uniroma1.it>
* 13 marzo 2000 - Angelo Baracca <BARACCA@fi.infn.it>
Scienze strategiche
* 20 dicembre 1999 - Andrea Martocchia
<martok@sissa.it>
* 21 dicembre 1999 - Antonino Drago <drago@unina.it>
* 28 febbraio 2000 - Valeria Chiado' Piat:
Forward di
Vittorio Mangione <mangione@prmat.math.unipr.it>
La percezione della scienza da parte della societa'
* 5 luglio 2000 - Paola Letardi: Forward dalla
mailing list <noomc-it@egroups.com>
* 5 luglio 2000 - Antonino Drago <drago@unina.it>
* 6 luglio 2000 - Mauro Cristaldi
<Mauro.Cristaldi@uniroma1.it>
ALCUNE IDEE E PROPOSTE
Date: Mon, 4 Oct 1999 18:57:16 +0200
From: Angelo Baracca <BARACCA@fi.infn.it>
Cari amici di SCIENZAEPACE,
(...)
cerchero' di buttare giu' qualche riflessione di fondo e di prospettiva
QUALCHE RIFLESSIONE MIA
-----------------------
Non mi e' facile orientarmi nei messaggi e nelle polemiche che si sono
incrociati e capire se e cosa ci possa essere alla base. D'altra parte,
non
vorrei entrare nelle polemiche, ma cercare di essere costruttivo.
Non posso nascondere pero' l'impressione - che spero potra' essere
superata
- che dietro ci stia qualche problema di fondo, che pero' fatica ad
emergere, o
ad essere formulato esplicitamente. Io non conosco nessuno di voi,
tranne
Elisabetta Donini, non so quali siano le conoscenze o i collegamenti
precedenti
che hanno fatto coagulare l'incontro del 21 giugno. Di problemi della
pace del
disarmo, del nucleare (ora cupamente attuale!), dell'ambiente mi sono
occupato
fin dalla fine degli anni '70, ho avuto ed ho contatti con altre istanze
che si
muovono su questi problemi. Tanto per cercare di conoscerci.
Per cominciare, mi ha stupito un po' che la discussione si sia accesa
sul
libro e sia rimasta incentrata quasi esclusivamente su di esso, molto
meno per
ora (mi pare) sull'incontro e il convegno. Se dico che ho l'impressione
che
possano esserci dietro altri problemi non e' per polemica, ma perche'
sono
convinto che ci troveremo inevitabilmente ad affrontare e discutere dei
problemi oggettivi sulla strada che vogliamo imboccare: tanto meglio
allora
porli subito.
Non sottovaluto il libro, ma credo che non possa essere che un punto
iniziale se intendiamo coordinarci ed agire come gruppo. Questo e' vero
per
qualsiasi gruppo che si costituisca su qualsiasi problema, ma la nostra
specificita' pone a mio avviso alcuni problemi di fondo che dobbiamo
affrontare, con un confronto ampio, esplicito e approfondito, in cui
molto
probabilmente si registreranno posizioni diverse, che dovremo riuscire a
sviluppare, confrontare e gestire in modo costruttivo.
In primo luogo, non possiamo non porci il problema del nostro ruolo
rispetto
alla comunita' scientifica (termine che non mi piace). Ripeto che non so
come
e' nato questo gruppo, e del resto non mi interessa piu' di tanto, ma
credo che
non possiamo ignorare che non e' la prima volta che un gruppo di
"scienziati/e"
(altro termine che non mi piace) si pone questi problemi e cerca di
agire. Ci
sono gli scienziati del "Bulletin of the Atomic Scientists",
il "Radical
Science Journal", la Union of Concerned Scientists, il Pugwash (che
nel 1995
ebbe il Nobel per la Pace, con il suo presidente Rotblat), c'e' in
Italia
l'USPID (Unione Scienziati per il Disarmo), a Firenze c'e' il Forum per
i
Problemi della Pace e della Guerra, a Bari e a Bologna ci sono strutture
universitarie, dipartimenti che operano su questi temi (in Toscana
un'idea
interuniversitaria di questo tipo venne segata una decina di anni fa in
Senato
Accademico!): per citarne alcuni. Tutte iniziative su cui possiamo
esprimere
valutazioni diverse, riserve, critiche: ma dobbiamo riconoscere che in
un modo
o nell'altro molti nostri colleghi si sono posti il problema di agire
per la
pace e il disarmo nei confronti (1) della comunita' scientifica, che
tanto
apporto da' alla guerra, e (2) dell'establishment, che utilizza la
scienza a
fini militari; e forse (3) in molti casi nei confronti della gente.
Questo
infatti non e' un nodo da poco! E le altre esperienze potrebbero
insegnarci
qualcosa, magari in negativo.
Personalmente ho posizioni forse abbastanza radicali, ho profonde
riserve su
molte delle iniziative che ricordavo, anche se ne riconosco il valore
parziale
e partecipo ad alcune di esse, anche perche' sono fonti preziose (a
volte
uniche) di informazioni. Sinceramente mi stupisce che nessuno abbia
ricordato
l'USPID, magari per dirne tutto il male possibile e portarlo come
esempio da
non seguire. Ma credo che sia un'esperienza che puo' insegnare qualcosa,
anche
sui problemi che dobbiamo porci. Io fui tra i promotori dell'USPID, poi
nell'incontro costitutivo nel 1982 non entrai per dissenso su come esso
veniva
concepito. Ma l'USPID si era posto il problema di come collocarsi ed
interagire con la comunita' scientifica. La proposta che prevalse fu di
una
struttura tipo Pugwash, cioe' ristretta a tecnici e scienziati
qualificati, che
avevano quindi l'autorita' per parlare di questo nella comunita'
scientifica e
verso i "politici". Io, ad esempio, sostenevo una struttura
piu' "di
movimento", aperta al personale non docente e agli studenti. L'USPID
si e'
praticamente esaurito, e' ristretto ad un pugno di persone, le quali
tuttavia
organizzano il Convegno biennale di Castiglioncello e partecipano al
Landau
Network con il Centro Volta di Como (che ad esempio sta cercando di
promuovere
un'iniziativa governativa verso le "citta' nucleari"
ex-sovietiche). Io ormai,
dopo essermi riavvicinato all'USPID ed avere promosso molte iniziative
locali
(puntammo appunto a creare un Centro Interuniversitario Toscano di
Scienze per
la Pace, su cui la Regione Toscana pareva d'accordo, ma che poi fu
boicottato),
cambiati i tempi partecipo a Castiglioncello e ad alcuni incontri al
Centro
Volta di Como, che spesso mi sono stati molto utili per avere
informazioni
aggiornate e qualificate, soprattutto sulle armi di distruzione di
massa.
LA POSIZIONE E IL RUOLO NEI CONFRONTI DELLA COMUNITA'
SCIENTIFICA MI
PARE COMUNQUE UNO DEI PRIMI PROBLEMI
CHE DOVREMMO AFFRONTARE.
Ma sono convinto che questo problema ci portera' ad affrontare altre
questioni tutt'altro che marginali, che implicano valutazioni di fondo,
determinanti per le posizioni che ciascuno esprimera': per citarne
alcune, in
termini generali: che valutazioni diamo della scienza e della tecnica?
Che
valutazioni diamo della "comunita'" scientifica? Che
valutazioni diamo, di
conseguenza, dei rapporti della comunita' scientifica col potere?
Dell'apporto
che essa da' alla ricerca militare, alla corsa agli armamenti, alla
guerra?
Non sono questioni banali, non saremo i primi a porcele, ne' saremo noi
a
dare le risposte definitive. Personalmente, come dicevo sopra, ho
posizioni che
credo saranno ritenute piuttosto radicali. Non mi sembra il caso di
entrare per
ora troppo nel merito [fara' il punto della mia posizione un articolo
proprio
sul "Nodo Scienza-Guerra" sul prossimo numero di
"Giano"]. Ma per non rimanere
nel generico mi pare opportuno riferirmi almeno a due posizioni opposte
per
vederne le implicazioni. Schematicamente, estremizzando, si puo' pensare
che
la scienza sia ricerca pura delle leggi naturali, che come tale non ha
responsabilita', e che queste ricadono sul suo uso. Sempre
schematizzando e
estremizzando, io ho una concezione opposta, secondo cui la scienza non
e' mai
puro riflesso della natura, ma dipende anche dal suo ruolo sociale,
storicamente determinato, dalle finalita' della comunita' scientifica
(che per
me e' piu' una "corporazione"): quindi la scienza porta gia' a
mio avviso
l'imprinting, le valenze, delle sue possibili applicazioni e
implicazioni; e
gli scienziati portano la loro buona parte, diretta, di responsabilita'.
Per
fare solo un esempio, il progetto delle "Guerre Stellari" non
se lo e'
inventato Reagan, ma a lui lo ha suggerito la "comunita'"
scientifica: cosi'
come avviene per il perfezionamento in corso delle armi nucleari, ecc..
Ma a mio
avviso il problema va ancora al di la', e credo che il concetto stesso
di
"guerra" vada riconsiderato ed esteso: se la guerra e' la
continuazione della
politica con metodi violenti, le guerre commerciali guidate dal WTO e
quelle in
corso per imporre gli organismi geneticamente modificati sono guerre in
piena
regola, forse con un numero di vittime superiori alla guerra dei Balcani.
La
quale, del resto, va collocata nelle contese per il controllo delle aree
strategiche, delle risorse e dei corridoi strategici (vi segnalo un
articolo a
mio avviso molto buono di Sergio Carraro, su "Quaderni CESTES",
n. 3:
chiedetelo a CESTES-PROTEO, fax 0670491956, e-mail: cestes@tin.it). Ma
mi
rendo conto che dovrei far circolare il mio articolo per
"Giano": chiedero' a
Luigi Cortesi se e' d'accordo.
Ma poiche' ho citato la Guerra dei Balcani, vorrei commentare un altro
aspetto. Le nostre iniziative sono nate in corrispondenza con questo
conflitto:
esso ci ha portato a porci una serie di problemi (per intenderci, quelli
che
compongono il libro): si tratta sicuramente di problemi cruciali per il
futuro,
ma un gruppo di scienziati per la pace deve a mio avviso affrontarne
altri. Nei
Balcani non e' stato posto il problema dell'escalation verso l'uso di
armi di
distruzione di massa (anche se io propongo di estendere questo concetto
ad
azioni come il bombardamento della fabbrica chimica di Pancevo, o ad
altri
aspetti, quali le cause, ancorche' misteriose, della "Sindrome del
Golfo"). Ma
le attuali strategie militari - o quelle mascherate come "politiche
per la
sicurezza", ad esempio negli USA - ruotano proprio attorno al
problema delle
armi di distruzione di massa (nucleari, chimiche e biologiche), in cui
le armi
nucleari stanno giocando il ruolo di ago della bilancia e, a mio avviso,
di
reale fattore di destabilizzazione e di rischi di utilizzazione: il
nucleare
e', in un cocktail micidiale con le armi convenzionali
"intelligenti", il
cardine della corsa al riarmo negli USA (leggete ad esempio l'articolo
di
C. E. Paine sullo "Scientific American" di settembre, ma a
Castiglioncello
sono venute fuori delle cose interessanti, o meglio allarmanti).
Insomma,
credo che di questo nodo dovremo occuparci, come scienziati per la pace.
Io poi
sono quasi piu' allarmato delle potenzialita' di armi batteriologiche
costituite da microrganismi geneticamente modificati, accessibili a
laboratori
relativamente modesti di paesi o gruppi modesti! Ecco dove per me c'e'
il nodo
della responsabilita' intrinseca della scienza, e se lo si elude si e'
condannati allo stallo o a contraddizioni paralizzanti su questi
problemi
(come, ritengo, accade al Pugwash o all'USPID). Senza contare che il
recente
(non primo e non ultimo) incidente nucleare in Giappone riporta
drammaticamente
alla ribalta il problema del nucleare nel suo complesso: il Giappone sta
stoccando quantita' spaventose di plutonio dalle sue centrali
"civili", e
possiede indubbiamente il know how per fabbricare testate nel giro di
settimane
o mesi! (anche se non e' in grado di intervenire per i civili: ma non e'
un
caso)
Ci sono tante altre questioni fondamentali da affrontare. Mi limito a
citare
i temi che da anni sviluppa Elisabetta Donini, e che del resto compaiono
nel
libro.
Semmai, un'ultima considerazione. Spero che l'edizione del libro si
risolva
presto (non intervengo perche' mi pare che le questioni siano gia'
abbondantemente discusse e arriverei comunque ormai in ritardo) e che si
passi
alla sua utilizzazione. Pero' vorrei dire che, almeno secondo me, non
possiamo
pensare di limitare la nostra azione al libro e semmai ad un convegno
futuro:
se cosi' fosse faremmo ne' piu' ne' meno quello che fa (a suo modo, ma
per
questo aspetto non lo fa male) l'USPID. Credo di avere gia' espresso le
mie
idee su come dovrebbe porsi e agire un'organizzazione di scienziati/e
per la
pace, se vuole operare attivamente e concretamente per la pace e (a mio
avviso)
cercare di contrastare il ruolo della comunita' scientifica.
Beh, credo che sia il momento di fermarmi. Scusatemi la lunghezza, ma
vorrei
che ci scambiassimo soprattutto messaggi riflettuti ed elaborati,
altrimenti i
botta e risposta tra tutti mi sembrano davvero paralizzanti per
qualsiasi altra
attivita'. Io sono forse uno dei pochi che ha forti riserve sulla rete e
sulla
(apparente) democrazia di scambi che consente [a proposito, uno dei
punti del
dibattito e' la messa in rete dei materiali, ma nessuno degli
scienziati/e
contro la guerra conosce l'iniziativa in rete di "Intermarx",
cyber-figlio
della rivista "Marx 101"? Maria Turchetto, che lo coordina, ha
messo in rete
molti interventi interessanti sulla guerra, vedere:
http://www.intermarx.com/
Allego dettagli. Un'altra rivista che raccomando e' "Guerre e
Pace", potete
contattare via e-mail: guerrepace@mclink.it]. Ma anche di questi semmai
discuteremo a parte.
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Date: Wed, 20 Oct 1999 10:11:38 -0400 (EDT)
From: "Dr. Baracca" <baracca@ff.oc.uh.cu>
Cari/e SCIENZAEPACE,
(...)
La mia modesta impressione e' che la discussione sulle nostre
prospettive, su cosa vogliamo essere e vogliamo fare, langua un po'.
Alcune proposte che hanno circolato mi vanno bene, pero' mi pare che
manchi un quadro un po' piu' generale.
Se da un lato non sono d'accordo con chi vorrebbe porre troppi limiti
alle nostre attivita' e iniziative, credo pero' che dobbiamo mantenere
la
nostra specificita' [anche a me non piace chiamarmi
"scienziato", pero'
questo e' il termine - un altro e' "tecnici" - con cui sono
note le
persone che si occupano di scienza: mi sembra un po' ipocrita o initile
rifiutarlo; il problema per me e' di rifiutare il ruolo che viene di
solito assegnato agli scienziati e cercarne altri; nessuno si ricorda di
Giulio Maccaccaro? Beh, andrebbe riletto: ripeto che non siamo i primi a
cercare un ruolo diverso come "scienziati"]. La "comunita'"
scientifica
(altro termine che non mi piace: secondo me e' piu' una
"corporazione", a
volte una lobby, spesso qualcosa che gioca un ruolo molto piu' concreto
di
una lobby) e' una componente molto peculiare della societa': non
possiamo
far finta che non sia cosi'. L'evoluzione della societa', dell'economia,
della produzione dalla rivoluzione industriale dipende sempre piu' dalla
scienza e dalla tecnica. Le tecnologie militari, poi, ne dipendono in
modo
fondamentale.
Il discorso sarebbe lungo: vi accennavo ad un mio articolo in
pubblicazione su "GIANO", ma credo che uscira' con l'anno
nuovo. La
maggior parte della "corporazione" scientifica (gli
"scienziati" veri!)
non ha problemi con l'implicazione in questi processi. Ve ne e' una
buona
parte che vi partecipa consapevolmente, un'altra parte (forse la
maggioranza) che semmai disdegna di occuparsi di cose troppo pratiche,
ma
non si fa un problema di queste implicazioni della ricerca scientifica.
A me va benissimo una dichiarazione da firmare e diffondere di rifiuto
a partecipare a ricerche con fini o ricadute militari. Facciamolo. Pero'
ritengo che il problema sia molto piu' complesso. Io credo che la
"corporazione" scientifica - nel suo complesso - sia sempre
stata dalla
parte del potere, ed abbia giocato un ruolo fondamentale (e crescente)
nella soluzione delle difficolta' che il potere ha incontrato proponendo
ritrovati tecnico-scientifici che andavano nella direzione di cui il
potere aveva bisogno in qul frangente (scusate il linguaggio schematico,
come "potere"). Due soli esempi: il ruolo della scienza
nell'uscita dalla
Grande Cris del 1929; il progetto dell "Guerre Stellari"
proposto a Reagan
nel 1983 dagli scienziati del complesso militare-industriale. Ho una
concezione della scienza come "non neutrale"; anzi credo che
il marchio
dei rapporti sociali arrivi fin nei contenuti piu' specifici della
scienza. Ecco perche' sono convinto che la contestazione e/o il
superamento del ruolo degli scienziati e dei tecnici vada molto al di
la'
del rifiuto di partecipare a ricerche militari (si veda appunto
Macaccaro). Ma, ripeto, mi va bene anche la dichiarazione.
L'aspetto che pero' mi interessa di piu' e' come operare attivamente
per la pace e il disarmo NEL NOSTRO RUOLO DI "SCIENZIATI" (per
questo
penso che sia piu' onesto continuare ad usare questo termine).
Mi vanno bene seminari, convegni, collegamenti e\o ampliamenti a
strutture studentesche. Il rischio e' di parlare a chi gia' e' convinto,
anche se indubbiamente e' importante diffondere, ampliare, scambiare
l'informazione. Nelle mie considerazioni precedenti accennavo alle
strutture universitarie per la pace di Bari e di Bologna: mi stupisce un
po' che nessuno abbia ripreso l'argomento. Cosi' come accennavo all'USPID
e al PUGWASH, e anche di questi mi stupisce che nessuno li riprenda.
U'altra possibilita' che a me sembra molto importante e' organizzare
corsi di aggiornamento per insegnanti. Io lo feci a Firenze nel 1996,
ebbe
un buon successo, riuscii a ripeterlo nel 1997 (anche se per motivi
organizzativi ebbe meno successo), poi purtroppo si areno' nel 1998: vi
assicuro che si tratta di uno sforzo e di un impegno non indifferenti!
Sia per questi che per i seminari mi sembra importante la proposta di
fare un'archivio delle competenze diffuse nel nostro gruppo.
Per ora mi fermo qui. Spero che questi temi vengano ripresi prima
dell'incontro. Ciao a tutti
Angelo Baracca
---------------------------------------------------------------------------
Date: Fri, 22 Oct 1999 14:12:58 +0200
From: donini elisabetta <donini@agraria.unito.it>
(...)
Concludo riprendendo invece un punto della lettera di Angelo Baracca
del 20 ottobre, di cui condivido largamente il taglio, specie nel
richiamo a una storia di critica della scienza che Ò stata
politicamente
efficace negli anni '70 e che forse potrebbe dare ancora strumenti di
fronte al riarmo nucleare e quanto ci ha ricordato Giorgio Nebbia. A
proposito delle iniziative universitarie, rispetto a cui Angelo si dice
stupito che non si sia ripreso l'argomento, segnalo che a Torino si Ò
costituito un gruppo di lavoro in vista di un Centro di Studi per la
Pace, cui si punta come a una struttura interdipartimentale
istituzionalizzata.
Credo che per quante e quanti di noi lavorano nell'universitÁ, che Ò
luogo di didattica, oltrechÕ di ricerca, la responsabilitÁ di
misurarci
con la dimensione della 'formazione' vada tenuta ben presente. Perci·
penso sensato provare anche questi terreni, con tutti i limiti
intrinseci alle dinamiche che sono appunto segnate dal contesto
istituzionale in cui si opera. Meglio per· non abbandonarlo alla giÁ
acquisita esistenza di un corso di diploma in Studi Strategici...
Saluti
Elisabetta
---------------------------------------------------------------------------
Date: Wed, 19 Jul 2000 12:23:40 +0200
From: Paola Letardi <letardi@icmm.ge.cnr.it>
Carissimi,
quest'estate non si riesce proprio ad andare in vacanza ...;-)
Vi giro questo appello per un'azione presso tutti i governi per dare
forza
all'opposizione al progetto dello scudo spaziale.
Io sono a tappo...ma non vedrei male un testo firmato "Scienziate e
scienziati contro la guerra" e inviato ai nostri ministri della
difesa e
degli esteri....
Ciao
Paola
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Date: Thu, 20 Jul 2000 15:25:29 +0200
From: "Angelo Baracca" <baracca@fi.infn.it>
Sono d'accordo sulla proposta di Paola di un testo inviato ai
ministri
della difesa e degli esteri. Pero', se siamo un Comitato di Scienziate/i
contro la guerra" forse dovremmo cercare di fare anche qualcosa di
piu'. Per
esempio, una lettera ai giornali, per sensibilizzare l'opinione
pubblica.
Non so se, di questi tempi (magari a settembre), si potrebbe anche
pensare
di organizzare una conferenza stampa nazionale, a Roma.
Per ora ciao (per almeno alcuni giorni non saro'
reperibile, perche' ho
un problema di famiglia in Romagna: alla settimana prossima)
Angelo
---------------------------------------------------------------------------
Date: Thu, 20 Jul 2000 17:56:06 +0200
From: Marco Cervino <M.Cervino@isao.bo.cnr.it>
Concordo con l'idea di fare qualcosa di piu' che una petizione per
una
posizione che il ministro avrebbe gia' fatto sua (anche se per ragioni
probabilmente diverse da quelle di molti di noi, temo).
Certo serve anche poter dire "ci siamo e otteniamo
qualcosa...".
Ma forse si puo' chiedere di piu':
per esempio: far impegnre i ministri a stanziare una somma a favore di
progetti (da mettere a bando) su (mi sto ispirando alla pagina di
Drago):
- fattibilita', esperienze pilota della difesa popolare nonviolenta su
varie
scale (Italia-Europa-ONU).
- Osservatorio sugli interessi militari che coinvolgono la ricerca
scientifica: sviluppo di indicatori su trasparenza democratica dei piani
di
ricerca e indipendenza (intellettuale, finanziaria).
Per la definizione del bando si potrebbe proporre "Scienziati/e
.. come
consulenza.
Per la somma, si puo' proporre una cifra uguale a quanto si
apprestano a
mettere in Finanziaria per l'Eurofighter (piccoli aerei crescono ...), o
piu'
ragionevolmente qualche megaEuro.
Troppo pesante?
--
"L'Italia ripudia la guerra come "Italy rejects
war as an instrument to
strumento di offesa alla liberta` offend the freedom of other
peoples
degli altri popoli e come mezzo and as a means to
solve
di risoluzione delle controversie international controversies;(...)"
internazionali;(...)"
[provision #11 of the -presently
[Articolo 11 della -al momento betrayed-
Constitution of the
tradita- Costituzione
Republic of Italy]
della Repubblica Italiana]
" It was Italy's leadership that allowed NATO's strategic theory
to be
transformed
into strategic practice". (General Wesley Clark, Rome, Oct.7, 1999)
" E' stata la dirigenza italiana a permettere la trasformazione
della
strategia
teorica della NATO in pratica strategica." (Generale Wesley Clark,
Roma, 7
ott. 1999)
Marco Cervino
fisico / physicist
Consiglio Nazionale delle Ricerche, CNR-ISAO, (ex IMGA e FISBAT)
Istituto di Scienze dell'Atmosfera e dell'Oceano
v. Gobetti 101, Bologna I-40129 Italia
TEL +39 051639-9579 FAX -9649
e-mail M.Cervino@isao.bo.cnr.it
---------------------------------------------------------------------------
Date: Thu, 20 Jul 2000 21:46:39 +0200
From: Mauro Cristaldi <Mauro.Cristaldi@uniroma1.it>
Carissimi,
ritengo l'idea di Marco
Cervino veramente illuminante per consentire alle
concrete iniziative a sostegno della pace di camminare sulle proprie
gambe,
anche per evitare che tali iniziative ricadano sempre economicamente
sulle
esauste casse dei pacifisti, che abitualmente pagano i danni di guerra
commessi da altri (vecchia abitudine ormai inveterata anche nella
gestione
ambientale). Adottando la strategia Cervino si dovrebbero dirottare le
spese per la cosiddetta Difesa (che ormai si dovrebbe chiamare piª
appropriatamente Offesa) verso iniziative di pace magari giÁ in parte
istituzionalizzate: ritorno ossessivamente sui Corpi di Pace, di cui la
nostra rete potrebbe divenire consulente ufficiale.
E' pur vero che, se dovessero
cominciare a girare soldi, vigilanza e
controlli interni dovrebbero aumentare, in quanto, se la ricerca
istituzionale costa, in feedback con aberranti attivitÁ produttive
(tecnologie spaziali, nucleari, elettroniche, belliche, biologiche), la
ricerca alternativa, volta a risolvere la reversibilitÁ di sistemi
ormai
troppo compromessi, credo debba costare ancora di piª; quindi credo che
qualche megaEuro sia ancora troppo poco. ChissÁ allora se sarÁ di
nuovo la
"nuova" dirigenza italiana a permettere la trasformazione
della strategia
teorica di Scienza & Pace in pratica strategica!
Un grazie a Paola, ad Angelo
e a Marco che sollecitano ancora i nostri
stanchi cervelli a pensare.
Ciao,
Mauro
---------------------------------------------------------------------------
Date: Sat, 22 Jul 2000 09:37:43 +0200
From: elisabetta donini <donini@agraria.unito.it>
Mi associo ai consensi e integrazioni rispetto alla proposta di
Angelo.
Credo che sia un ottima cosa che Angelo inizi a scrivere un documento e
che su questo chi pu· e sa faccia varianti e commenti; dopo di che, a
settembre potremo prendere iniziative.
Mi pare essenziale che il Comitato cerchi di agire tanto all'interno
degli ambienti scientifici quanto nel 'mondo esterno', ma sono convinta
che la capacitÁ di avere voce anche a livello politico non dipenda
solamente da quante firme raccogliamo nelle universitÁ e centri di
ricerca nÕ dalle eventuali adesioni di personaggi particolarmente
riconosciuti come autorevoli.
Conta che una nostra presa di posizione possa essere percepita nel
quadro di uno spostamento significativo delle opinioni diffuse.
Per chi Ò piª anziana/o, vi ricordate gli anni '80 e il nucleare?
Epico
il confronto Mattioli-Amaldi (nel senso che Ò rimasto nella memoria
collettiva come un punto di svolta), ma decisivo fu che attorno a eventi
di quel genere si anim· tutto un movimento capillare che raggiunse la
generalitÁ delle persone, fino al successo del referendum.
Credo anche che sarebbe molto importante che un Comitato come il nostro
lavorasse per una ripresa ampia della consapevolezza che sono le
cittadine e i cittadini (possibilmente con un'estensione non
etnocentrata di questa nozione) a dovere e potere decidere delle scelte
essenziali.
Saluti e buona estate a chi va in vacanza, a chi lavora, a chi unisce le
due attivitÁ
Elisabetta Donini
LA RICERCA E IL MILITARE
Date: Thu, 4 Nov 1999 14:22:35 +0100 (MET)
From: Lucio Chiappetti <lucio@ifctr.mi.cnr.it>
(...)
Gia' che ci sono, ritorno sulla questione del "NATO-free",
relativa label nel
sito, e che cosa questo comporta.
- perche' non sia una dichiarazione vana, dovrebbe essere
verificabile,
ossia se si afferma p.es. che tutti i sottoscrittori della lista, o del
comitato (se distinti, potrebbe essere una ipotesi) esplicitamente si
impegnino a non fare ricerche militari (o basta un silenzio/assenso ?)
- un primo livello di impegno e' "dichiarare che non si e' mai
lavorato
per la NATO, la difesa, i militari ecc." (e che mai lo si fara').
Questo
per molti di noi e' facila da affermare, non ci costa nulla, specie se
facciamo un lavoro che col militare non c'entra nulla,
- un secondo livello di impegno e' "rifiutarsi di partecipare a
congressi
o ricerche sponsorizzate o finanziate dalla NATO o a programmi di
fellowship finanziati dalla NATO (o altre entita' militari)" e/o
dichiarare
di non averlo fatto in passato. Questo pensando p.es. a quei congressi
(su argomenti NON militari) che sono "NATO advanced study
institutes" o
alla borse CNR-NATO. Questo comporta di pagare un prezzo (NON andare a
certi congressi), ma ha anche un certo impatto.
- un terzo livello di impegno e' "rifiutarsi di collaborare
nelle proprie
attivita' di ricerca con organizzazioni militari, organizzazioni che
svolgono anche ricerca militare, o industrie che hanno anche contratti
militari", anche quando si tratta di ricerche non militari.
Questo puo' avere un NOTEVOLE prezzo da pagare per noi.
Inoltre mi domando se sia sempre giusto e/o opportuno farlo.
Pero' dobbiamo porci il problema.
Faccio un paio di esempi del mio settore (astrofisica).
Vi sono astrofisici al Naval Research Laboratory, o al Los Alamos
National Laboratory. Non sono militari, non fanno bombe, ma lavorano in
posti che lo fanno. Sarebbe giusto troncare ogni rapporto con tali
persone e/o con le loro istituzioni ?
Se si vuol fare astrofisica dallo spazio, occorre appoggiarsi per i
satelliti e la relativa elettronica alle industrie aerospaziali, che
spesso hanno anche contratti militari. A questo punto decidiamo di
NON fare piu' astrofisica dallo spazio ma solo da terra (magari per
qualche singolo potrebbe essere facile, ma per una parte rilevante
della comunita' ?) ? Non e' tirarsi la zappa sui piedi ?
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Lucio Chiappetti - IFCTR/CNR - via Bassini 15 - I-20133 Milano (Italy)
For more info : http://www.ifctr.mi.cnr.it/~lucio/personal.html
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Date: Fri, 5 Nov 1999 15:22:11 +0100 (MET)
From: Andrea Martocchia <martok@sissa.it>
Ciao a tutti,
rispetto alle considerazioni di Lucio sul problema del "NATO-free",
vorrei
suggerire anche un'altra possibilita': e cioe' che negli "Acknowledgments"
che chiudono ogni articolo scientifico si inserisca una formula standard
del tipo
"Tizio Caio acknowledges that this research has not been
supported in any
way by NATO, nor by any other institution with military implications".
Che cosa ne dite? Chiaramente questa formulazione dovrebbe essere
inserita
"per default" ovunque sia possibile, e su questa campagna si
dovrebbe
fare una certa pubblicita' nell'ambiente scientifico, in modo che non
sembri una iniziativa estemporanea ma che l'uso di tale formula stia
chiaramente ad indicare l'appartenenza al movimento degli scienziati
contro la guerra. (...)
Andrea
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Date: Mon, 8 Nov 1999 12:45:34 +0100
From: Dr Libero Vitiello <vitiello@civ.bio.unipd.it>
Mi riaggancio alla lettere di Andrea e Lucio;
e' senz'altro vero che alcuni settori sono piu' "a rischio"
per entrare in
contatto con organismi e/o istituzioni che si occupano anche di ricerca
militare. p es nel mio caso, genetica umana molecolare, le possibilita'
di
imbattersi in finanziamenti NATO o in industrie "strategiche"
e' assai
remota. Diverso discorso pero' vale per quanti lavorano in genetica
umana
nell'ambito del "progetto genoma". Come probabilmente molti di
voi
sapranno, l'idea iniziale (ed i fondi) per iniziare il progetto di
sequenziamento di tutto il DNA umano sono partiti dal DOE, alias
department
of energy, alias pentagono. C'erano state all'epoca discussioni (poche
peraltro, almeno a mia conoscenza) nella comunita' scientifica sul
perche'
il DOE fosse cosi' interessato alla cosa. Le discussioni hanno
riguardato
assai di piu' l'utilita' scientifica della cosa. Ora pero' che i
vantaggi e
le ricadute del processo sono a dir poco epocali, sia in termine di
conoscenza di base che di applicazione alla medicina, si pone il
problema
di cosa fare in termini di non-collaborazione con militari e company.
Personalmente la mia idea e' che ci si deve astenere da collaborazione e
ricerche che riguardino applicazioni direttamente militari e non si
dovrebbero accettare finanziamenti da organizzazioni tipo la NATO.
Purtroppo per noi pero' moltissime ricerche apparentemente
"inoffensive"
possono avere implicazioni militari; l'esempio del progetto genoma e'
illuminante. Che fare allora, non usare nessuna degli strumenti
informatici
messi in rete da diverse istituzioni americane perche' le suddette sono
finanziate anche dai militari? oppure, e questa e' la mia idea,
"prendere"
tutto cio' che si puo' per fare ricerca per il bene del prossimo e non
per
farlo fuori, a condizione di non dare nulla "in cambio" ai
militari in
termini di risultati e/o pubblicita'.
Come dire, no alle borse NATO, no ai grant NATO, ma si', per esempio,
all'uso di satelliti civili che si sa essere stati messi in orbita
*anche*
grazie a fondi militari o all'uso delle banche dati del genoma umano
gestite dal national center for biotechnology Information. E' un
difficile
equilibrismo? senza dubbio, ma e' importante ricordare che la ricerca
che
facciamo non e' un hobby personale ma dovrebbe essere diretta al
miglioramento della vita di tutti sul pianeta e quindi deve essere
portata
avanti al meglio delle nostre possibilita'.
ciao a tutti
Libero
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Date: Tue, 9 Nov 1999 09:44:26 -0500 (EST)
From: "Dr. Baracca" <baracca@ff.oc.uh.cu>
Su questa questione dell'impegno a non partecipare a ricerche
militari,
o NATO, mi ero gia' espresso, ma le mie considerazioni sembrano essere
passate inosservate. Le osservazioni di Vitiello sono in tema. A me va
benissimo un impegno a non partecipare a ricerche militari, a non avere
finanziamenti NATO, ecc. Pero' personalmente ci vedo piu' un significato
simbolico che sostanziale. E' una questione molto delicata, a mio avviso
molto piu' complessa di come di solito viene impostata: le
considerazioni
sarebbero tante e non voglio scrivere un lungo papiro.
Si potrebbe partire dagli strumenti che utilizziamo. Internet nacque
per scopi militari, ed anche sulle sue attuali funzioni si potrebbero
avanzare riserve. Avete mai sentito parlare della rete ECHELON? (Vedete
"Guerre e Pace" di un anno o due fa, ora da qui non posso
verificare). In
un modo o nell'altro usiamo i satelliti; i computers si sono sviluppati
nel campo militare; i super-computers sono utilizzati per la simulazione
dei test nucleari per sviluppare nuove testate ("Scientific
American" di
settembre).
Come si fa a dire che tante ricerche di ingegneria genetica NON
serviranno ad usi militari? Il rischio maggiore di armi batteriologiche
viene dalla modificazione genetica CON TECNICHE ORMAI STANDARD di
organismi abitualmente ospiti del nostro organismo e di piante o
animali.
Ricordo un documento del (mi pare) Dipartimento di Stato degli anni '50
o '60 (lo citammo Bergia e io nella "Spirale della Alte
Energie") in cui
si diceva piu' o meno: non si puo' far fare la ricerca direttamente
militare in altri paesi, ancorche' alleati; ma per fortuna ci sono aree
di
ricerca "avanzata" (termine che non mi piace!) in cui i
risultati possono
essere trasferiti gradualmente nell'area del segreto militare. Era un
documento con cui si dava via libera alla fisica delle particelle in
Europa: il CERN si fregia di non fare ricerche militari, ma guardate il
libro del GIPRI (piccolo SIPRI di Ginevra) che mi pare avesse il titolo
"La Quadrature du CERN"!
E allora? Beh, io credo che il problema sia un altro: CHI controlla la
scienza. Io non credo a un controllo della scienza operato da chi la fa;
il mio motto e': "la scienza e' troppo importante per lasciarla
nelle mani
degli scienziati". Occorrerrebbe operare per una societa' dove vi
siano
effettivi strumenti di controllo sociale (ed una coscienza adeguata)
sulla
scienza. E la "scienza" sarebbe un'altra cosa! Credo che a
molti non
piaccia; e in fondo e'anche molto ideologico. Pero'ci sono problemi che
non ammettono scorciatoie; o in cui le scorciatoie sono illusorie.
Intanto
potremmo cercare di rinunciare all'"autorita'" del
"tecnico" che "sa" e
spezza il pane della scienza ai poveri ignoranti che "non
sanno". Non dico
che voi, o noi lo facciamo: pero' questo e' l'atteggiamento della
"corporazione" scientifica (di cui, volento o nolenti,
facciamo parte),
uno degli strumenti su cui fonda il proprio potere, e secondo me va
contestato a fondo (guardate cos'e' successo con le centrali nucleari!).
Basta, mi fermo qui. Ciao
Angelo Baracca
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Date: Fri, 12 Nov 1999 18:58:00 +0100
From: Franco Marenco <marenco@g24ux.phys.uniroma1.it>
Cari colleghi, sono d'accordo con Angelo Baracca che il fatto di
dichiararsi
contrari a partecipare a ricerche di interesse dei militari e/o in
collaborazione con gli stessi sia ben poco significativo. Tanto meno
significativo lo sarebbe da parte di quegli scienziati che, per il tipo
di argomenti che trattano, o per avere altre fonti di finanziamento, non
si troverebbero comunque mai ad avere a che fare con i militari.
La verita' e' un'altra: e' la societa' che e' militarizzata. I
militari,
negli stati "democratici", sono sempre sotto controllo di
autorita'
civili, e queste ultime sono condizionate dalla cosidetta
"opinione"
pubblica. Non ci si puo' arrabbiare con i militari se hanno bombardato
la Jugoslavia: e' in effetti un bene che i militari obbediscano agli
ordini
dei civili, altrimenti saremmo in un regime di colonnelli!!! Se bisogna
prendersela con qualcuno, quel qualcuno e' tutto fra le autorita' civili
e "democratiche": governo e parlamento, stampa,
"opinione" pubblica, ecc.
Troverei molto piu' scandaloso, per conto mio, collaborare o farmi
sponsorizzare dalle multinazionali, che non dalla difesa, che comunque,
bene o male, e' sempre un ente pubblico. E comunque, mi sono trovato,
nel corso della mia esperienza di ricerca, ad appoggiarmi a strutture
militari, ad usare dati militari, a partecipare a NATO Advanced Study
Institutes, eccetera. Non crediate che in quelle occasioni non mi sia
fatto scrupoli di coscienza. Ma poi, che liberta' puo' avere un precario
come me, di fronte alle scelte dei propri professori e/o direttori ?
E' un fatto che i militari gestiscono molti aspetti della nostra vita
civile: la pubblica sicurezza (carabinieri), la cartografia (ist. geogr.
militare, ist. idrografifco della marina), la meteorologia (aeronautica
militare), la navigazione satellitare (GPS), eccetera. Le ricerche
svolte
dai militari in certi settori sono spesso all'avanguardia, ma poi
talvolta
vengono "esportate" al civile, e noi tutti ne facciamo uso
(anche
inconsapevolmente). Telecomunicazioni, internet, osservazioni
satellitari
della Terra (buone per la gestione e la pianificazione del territorio e
per la prevenzione dei disastri, ma ovviamente anche per spiare e per
combattere, ecc...
Alberto Di Fazio ci ha istruiti sull'importanza strategica
dell'effetto
serra e della guerra diplomatica e scientifica in corso intorno a questo
argomento. Ebbene, dal suo articolo traspare l'importante contributo dei
centri di ricerca militari statunitensi per lo studio di questa
tematica.
Dovremmo voltare le spalle a questi scienziati, e rivolgerci invece alle
migliaia di civili che se ne fregano, che stanno a guardare, che evitano
deliberatamente ed accuratamente di gettarsi nella mischia per rimanere
"politically correct" ?
Io credo che la battaglia debba essere quella della FINALITA' della
scienza (esempio: la cartografia del territorio fatta dall'ist. geogr.
militare e' utile in se' e per se' anche per i civili). Inoltre,
fondamentale e' il nodo del CONTROLLO della scienza. Gli scienziati sono
i primi ad aver dimostrato di non meritarselo. La politica tanto meno.
I "mass media" hanno scelto di non prendere posizione e di
creare "cortine
fumogene" di confusione intorno alla scienza. E allora, CHI deve
poter
esercitare questo controllo ?
Credo che per affrontare qualunque questione bisogna "sporcarsi
le mani",
cioe' gettarsi nella mischia e valutare i vari elementi dei conflitti
nell'ambito di un contesto globale. E questo contesto globale e' quello
di
una societa' militarizzata ed incapace di reagire; obbediente e docile.
Rimanendo al di fuori dei conflitti e guardandoli dall'alto si
possono
formulare mille sintesi semplificate ed eleganti, ma e' impossibile
comprendere!
Cordialmente,
Franco Marenco
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LA RESPONSABILITÀ INDIVIDUALE
Date: Mon, 13 Mar 2000 20:11:37 +0100
From: Angelo Baracca <BARACCA@fi.infn.it>
Ho trovato la referenza completa.
Si, Rasetti "fu l'unico che rifiuto' di collaborare al progetto
della
bomba a fissione per ragioni morali" (Battimelli, De Maria,
introduzione
al libro con il manoscritto di Amaldi, Editori Riuniti).
Amaldi, rimasto in Italia, decise con gli altri fisici di Roma di
interrompere le ricerche sulla fissione perche' "il continuare a
lavorare
su questo argomento significava sviluppare la nostra competenza ed
esporci al pericolo di venire invitati o costretti a lavorare allo
sviluppo di eventuali mezzi di distruzione", correndo il rischio di
contribuire "all'aumento delle capacita' distruttive delle Potenze
dell'Asse".
Ciao
Angelo
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LA PERCEZIONE DELLA SCIENZA
Date: Wed, 05 Jul 2000 10:28:12 +0200
From: Paola Letardi <letardi@icmm.ge.cnr.it>
Perdonatemi se continuo ad investirvi di roba...ma mi sembrava utile
portare a conoscenza della lista alcuni spunti sulla "percezione
della
scienza e della tecnologia" che sono venuti fuori nella lista
no-omc, che
mi sembra possano arricchire la nostra riflessione (cfr sessione 1 del
convegno).
Saluti
Paola
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From: maurizio pagliassotti <pagliamaury@yahoo.com>
Delivered-To: mailing list noomc-it@egroups.com
Date: Tue, 4 Jul 2000 02:09:12 -0700 (PDT)
Subject: [noomc-it] Luddismo, errori umani, scienza e tecnologia.
Punto uno.
Un nuovo luddismo per la salvezza?
Difficile, affascinante ma difficile. Se c'Ò una
speranza per il futuro questa viene anche da un uso
appropriato delle scienza.
Al momento attuale l'uomo pu· decidere quale sviluppo
economico e tecnologico dare al futuro. In questo
senso Ò perfetto.
Un solo piccole errore tecnologico pu· causare una
catastrofe . Questo Ò tristemente vero.
Ma Ò prorpio il nostro ingegno e la nostra pseudo
superioritÁ che ci permettono di poter agire nella
perfezione. L'ingordigia, l'ego, il denaro fanno si
che le applicazoni umane siano pericolose.
La tecnologia e la scienza non devono essere fermate.
Devono essere indirizzate e controllate da un
ritrovato potere civile, non politico. La politica Ò morta.
[...]
Saluti resistenti
Maury
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From: Tiziano Tissino <tissino@tin.it>
Delivered-To: mailing list noomc-it@egroups.com
Date: Tue, 04 Jul 2000 21:07:25 +0200
Subject: Re: [noomc-it] Luddismo, errori umani, scienza e tecnologia.
>Punto uno.
>Un nuovo luddismo per la salvezza?
>Difficile, affascinante ma difficile. Se c'Ò una
>speranza per il futuro questa viene anche da un uso
>appropriato delle scienza.
Non sono un luddista, ma tra i luddisti e i tanti patiti della
tecnologia
ad ogni costo che vedo in giro, la mia simpatia va certamente ai primi.
Quello che dici mi va bene, ma ho come l'impressione che diamo due
significati diversi alle stesse parole. Cosa significa 'uso appropriato'
per te?
Per molti, significa investire migliaia di miliardi per ottenere un
motore
piª pulito, o per riuscire a intrappolare la potenza del nucleare in un
reattore 'intrinsecamente sicuro'. Cose all'apparenza senz'altro
positive
ma che non colgono uno dei punti focali della questione: il controllo
sociale della tecnica e della scienza.
Per me, 'tecnologia appropriata' significa una tecnologia a basso
impatto
ambientale ma anche una tecnologia sotto controllo. Non semplicemente
sotto
il controllo dei 'tecnici', perchÕ poi qualcuno mi deve spiegare chi
controlla i 'tecnici', ma sotto controllo di chi usa e di chi subisce le
possibili conseguenze di quella determinata tecnologia.
La centrale nucleare piª sicura di questo mondo crea comunque un'infinitÁ
di altri problemi ed Ò in ogni caso un incredibile accentramento di
potere
nelle mani di chi controlla quella struttura. Una serie di microturbine
eoliche o idroelettriche permettono uno sviluppo decentrato ed un
maggiore
controllo sociale sulle risorse energetiche.
>Al momento attuale l'uomo pu· decidere quale sviluppo
>economico e tecnologico dare al futuro. In questo
>senso Ò perfetto.
A livello di filosofia, pu· anche darsi sia come dici tu. Nei fatti, il
numero di coloro che decidono quale sviluppo deve avere la tecnologia Ò
assai limitato, cos come Ò limitato il numero di coloro che saranno in
grado di utilizzarla e di trarne beneficio.
>Un solo piccole errore tecnologico pu· causare una
>catastrofe . Questo Ò tristemente vero.
>Ma Ò prorpio il nostro ingegno e la nostra pseudo
>superioritÁ che ci permettono di poter agire nella
>perfezione. L'ingordigia, l'ego, il denaro fanno si
>che le applicazoni umane siano pericolose.
Io resto molto perplesso, da questa impostazione 'positivista', per cui
la
tecnologia Ò, in sÕ, neutrale ed Ò solo la cattiveria umana a
renderla
pericolosa.
Il sistema di interrelazione Ò molto piª complesso. Un uomo mite ha
meno
probabilitÁ di mettersi a sparare tra la folla di un violento, ma un
violento disarmato Ò meno pericoloso di un bimbo innocente con una
pistola
automatica in mano. E sarebbe anche interessante capire quante
probabilitÁ
in piª ha quel bimbo di diventare violento, se cresce in mezzo alle
pistole...
>La tecnologia e la scienza non devono essere fermate.
>Devono essere indirizzate e controllate da un
>ritrovato potere civile, non politico. La politica Ò morta.
Che la politica non sia in salute, Ò sotto gli occhi di tutti. Che sia
morta e sepolta, spero di no. E se anche cos fosse, spero possa comunque
risorgere. Quanto al fatto di mettere sotto controllo la tecnologia e la
scienza: ok, ma stiamo attenti, perchÕ il rischio Ò di farne una
semplice
petizione di principio, o di limitarsi a controllare e mettere in
discussione la singola applicazione tecnica, accettando come scontato il
paradigma scientista ed economicista che la regge.
L'attuale ricerca 'scientifica' e tecnologica, fatte salve poche
eccezioni,
Ò - direi quasi ontologicamente - fuori dalla portata di controllo da
parte
della societÁ nel suo complesso. Sia per la massa di soldi che muove,
sia
perchÕ patrimonio di una ristretta cerchia di knowledge-workers. In
queste
condizioni, dire che la tecnologia non va fermata ma pilotata Ò come
pretendere che un bimbo di tre anni alla guida di un bolide giÁ
lanciato
possa evitare lo schianto.
Per riportare la tecnologia e la scienza sotto controllo, Ò necessario
che
queste siano profondamente ripensate a partire proprio dai loro
fondamenti.
In questo senso, 'l'ingordigia, l'ego, il denaro' non sono dei banali
accidenti che infettano una cattiva scienza ed una cattiva tecnologia,
ma
sono aspetti costituenti della scienza e della tecnologia cos come si Ò
sviluppata in occidente.
***********************
Tiziano Tissino
via Pola 3 - 33080 Porcia PN - Italy
e-mail: tissino@tin.it
***********************
... la gente non sarÁ guidata dalla macchina, nÕ programmata dal
computer,
nÕ comprata dal supermercato, nÕ guardata dal televisore (Edoardo
Galeano)
--------------------------------------------------------------------------------------------
From: "red*ghost" <red-ghost@libero.it>
Delivered-To: mailing list noomc-it@egroups.com
Date: Wed, 5 Jul 2000 04:26:17 +0200
Subject: Re: [noomc-it] Luddismo, errori umani, scienza e tecnologia.
> Punto uno.
> Un nuovo luddismo per la salvezza?
> Difficile, affascinante ma difficile.
Si appunto un nuovo/vecchio luddismo Ò l'unica soluzione compatibile
che
l'umanitÁ pu· permettersi. E' inconcepibile teorizzare la
mondializzazione
dello "sviluppo" capitalistico/industriale (botek comprese),
il pianeta non
lo reggerebbe.
L'alternativa sarebbe quella di una Õlite che accederebbe ai prodotti
(ed a
un tenore di vita) industriali e la maggioranza dell'umanitÁ dovrÁ
essere
tenuta fuori da questo consumo con una guerra continua di alta e bassa
intensitÁ.
Cosa che noi non potremmo mai accettare.
> Se c'Ò una speranza per il futuro questa viene anche da un uso
> appropriato delle scienza.
Ma quale scienza:
quella basata sul profitto che non permettersi di vagliare le
compatibilitÁ
con la natura e ricerca il profitto massimo ed immediato che poi ci
pensa la
tecnologia a rimediare. Una tecnologia (che come la scienza NON E'
NEUTRALE), che nasce appunto dal profitto e di questo fa il suo fine, pu·
realmente rimediare ai danni che essa stessa produce e dai quali riesce
a
generare nuovi profitti? Si pensi agli interventi per tentare di porre
rimedio ai disastri ecologici o ai farmaci che tentano di curarci dalle
malattie che quella scienza/tecnologia ci regala. In nessun caso questo
modello di "sviluppo" ha tentato di rimuovere le cause ma ha
sempre trovato
il modo di renderle accettabili a noi tutti. Emblematico Ò il caso dei
rifiuti che vengono accettati come inevitabili e si dibatte su come
smaltirli ma mai ci pone il problema di NON produrli piª. Eliminando
gli
imballi, ad es., si ridurrebbero i rifiuti urbani del 90% (se non di piª).
C'Ò una concezione della scienza ascetica, al di sopra delle parti. Una
concezione ideologica cos diffusa che per pubblicizzare un dentifricio
si
ricorre ad un signore (medico/scienziato) in camice bianco. Ed Ò sempre
la
scienza occidentale (quella che ha prodotto i mezzi tecnici per lo
sterminio
di massa) che viene presa come esempio di civiltÁ e di progresso. Non
viene
considerata, invece, ogni altro tipo di scienza non occidentale che non
abbia vistosi sistemi di tecnologici produttori di merci per il consumo
veloce e quindi di altri rifiuti (dove vanno a morire i TV, i computer,
i
telefonini "superati" anche se perfettamente funzionanti?).
Solo le
multinazionali capitaliste sanno apprezzare quella scienza al punto di
doverla rubare con i brevetti, clonare nelle fabbriche, farla divenire
merce
e distruggerla assieme alle culture che l'hanno generata. A noi
interessa la
benzina a buon mercato, autostrade veloci, ecc. Nasciamo nel cemento,
coltiviamo nei supermercati, respiriamo veleni, corriamo anche quando
viviamo il tempo libero, confondiamo produttivitÁ con profitto, vita
con
frenesia..... e questo modello l'accettiamo. Vorremmo, forse,
migliorarlo ma
non Ò non Ò migliorabile Ò sbagliato, le sue radici sono radicate
nella
distruzione, nell'egoismo. Va ripensato. Per la nostra stessa
sopravvivenza
Ò oggi imperativo il processo per la costruzione di una nuova civiltÁ
basata
su una scienza che abbia le sue radici nelle "antiche" scienze
compatibili
con il nostro pianeta, che sappia fare a meno del consumo coatto e della
realizzazione attraverso esso.
Collettivo RED GHOST
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RED GHOST
materiali per la controinformazione e la lotta
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Email: red-ghost@libero.it
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Web: http://www.ecn.org/estroja/
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Date: Wed, 5 Jul 2000 22:02:13 +0200
From: "Antonino Drago" <drago@unina.it>
Cara Paola,
per qualificare
meglio i nostri dibattiti occorrerebbe tener presente che dagli anni '70
c'Ò
stata una chiarificazione cruciale: non si tratta piª di discutere
della
alternativa su cui si Ò impantanato il marxismo (che poi Ò andato ad
accettare la catena di montaggio e la bomba nucleare): o progresso
scientifico e tecnologico o luddismo. Il dibattito scientifico sul
problema
energetico, problema basilare costitutivo della organizzazione sociale,
ha
mostrato che ci sono DUE MANIERE di risolverlo (anche se l'ENEA e l'ENEL
hanno fatto finta di non saperlo; e in gran parte anche la sinistra): o
con
le energie esauribili o con le energie rinnovabili; o meglio, messo in
termini scientifici: o con la termodinamica (e il suo principio
dell'entropia crescente) o con la scienza nucleare che va dietro il
sempre
piª piccolo e il sempre piª grande, come se dietro queste prospettive
ci
fosse una grande prospettiva filosofica (cos come pensano i ragazzini).
E' evidente che i nucleari hanno perso la prima fase della loro
programmazione (e non solo per la paura della gente o per i costi
crescenti
del nucleare); ma, protetti dalla politica anche del socialismo reale,
sono
riusciti a non fare sviluppare la programmazione energetica alternativa
in
nessuna parte del mondo; con il che fanno finta che siamo ancora nel
dualismo o tutto o nulla, nella unidimensionalitÁ inevitabile dello
sviluppo
tecnologico; quando invece c'Ò la possibilitÁ di cambiare sviluppo
scientifico e tecnologico, ma assieme al modello di sviluppo; cioÕ
assieme a
condizioni politiche adatte. Qui la sinistra che ripropone le centrali
nucleari (alla Ippolito prima o alla Schroeder oggi) Ò uno dei massimi
elementi di confusione politica. Lo stesso si pu· ripetere con i
problemi
ecologici, che non sono risolubili con il semplice ritorno allo sviluppo
tecnologico tipico dei cavernicoli, ma ha alternative intrinseche.
Questo
vale anche per la biotecnologia, come giÁ indica in parte il libro di
Rifkin, Il secolo biotecnologico e lui giÁ sta sperimentandola con
battaglie
di tipo giuridico.
Che l'alternativa non sia ancora chiara per il nuovo problema della
biotecnologia non significa che non ci sia stata una alternativa al
nucleare
e non ci sia per tutto il resto della ricerca scientifica. Per questo
propongo di incominciare a puntellare questa alternativa con la
autodeterminazione del ricercatore (quello che ha potuto fare Di Fazio).
E
bisognerebbe proseguire proponendo la sua internazionalizzazione, sotto
egida Unesco; in modo da tagliare gran parte dei legami robustissimi tra
ricerca civile e ricerca militare che ora vengono mantenuti con la scusa
che
siamo in testa alla ricerca scientifica civile.
Tonino Drago
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Date: Thu, 06 Jul 2000 13:20:20 +0200
From: Mauro Cristaldi <Mauro.Cristaldi@uniroma1.it>
Carissimi,
ritengo che le tematiche sollevate da Paola Letardi e riprese oggi da
Tonino Drago vadano affrontate con il massimo interesse perchÕ ancora
costituiscono le tematiche comuni da cui partono tutti gli altri
problemi
(nei termini abusati ma sintetici del marxismo esse costituiscono la
contraddizione principale). La rivisitazione storica delle vicende
dell'uso
dell'energia (e quindi anche dell'uso lavoro umano) proposte da Drago
permettono di riconsiderare criticamente nel contesto globale le
direttive
in cui si sono mossi i paesi formalmente di osservanza marxista, che
spesso
hanno funzionato da volano per certe tendenze tecnologiche che invece
corrispondevano a scelte effettuate dal campo avverso, riproponendo quel
sistema di botta (capitalista) e risposta (sinistra) che ci ha portato
all'attuale fase di oggettiva insubordinazione che investe quasi tutti i
paesi del mondo. Anzitutto mi sembra il momento in cui il marxismo stia
riuscendo finalmente a divenire una metodologia utile ma non escludente
ed
esclusiva per la comprensione della realtÁ; il che giÁ sembra stia
portando
nei fatti ad un arricchimento in termini politici e numerici verso
coloro
che in buona fede partono da impostazioni ideologiche diverse (non piª
vilipesi come reazionari, bigotti, antirivoluzionari, ecc.). Nello
stesso
tempo questa risultante storica di una vera sinistra dovrebbe riuscire a
porre dei paletti concreti per evitare quelle deleterie contaminazioni
di
cui parla Drago per le tecnologie (Ippolito, Schroeder), alle quali
aggiungerei, tra i piª manifesti, D'Alema, Bonino/Pannella, Rutelli,
Cohn-Bendit, Sofri, Bobbio, ecc., ecc. per la politica di tutti i
giorni,
cioÒ verso quella ridda di personaggi che costituisce la fascia
d'ibridazione dell'ambiguitÁ tra scelte a favore di un sistema di
oppressione globale e scelte dirette al ribaltamento delle attuali
tedenze
politico-tecnologiche (una volta si chiamavano sinteticamente
opportunisti). Purtroppo l'individuazione precoce di tali personaggi non
Ò
facile e pu· dar adito ad equivoci in assenza di un sistema di
controllo
volutamente non rigido (superamento del partito leninista); io credo che
la
vigilanza diffusa e la scomparsa del leader siano ottimi sistemi di
garanzia e di attenuazione del fenomeno del carrierismo politico,
soprattutto laddove non Ò richiesto, il quale ci ha portato
all'emergere
dei peggiori, cioÒ dei piª adeguati al sistema peggiore.
Spero quindi che il dibattito prosegua arricchendosi del contributo di
molti.
Saluti a tutti,
Mauro Cristaldi
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IL NOSTRO RUOLO COME SCIENZIATE/I
Date: Wed, 19 Jul 2000 12:23:40 +0200
From: Paola Letardi <letardi@icmm.ge.cnr.it>
Carissimi,
quest'estate non si riesce proprio ad andare in vacanza ...;-)
Vi giro questo appello per un'azione presso tutti i governi per dare
forza
all'opposizione al progetto dello scudo spaziale.
Io sono a tappo...ma non vedrei male un testo firmato "Scienziate e
scienziati contro la guerra" e inviato ai nostri ministri della
difesa e
degli esteri....
Ciao
Paola
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Date: Thu, 20 Jul 2000 15:25:29 +0200
From: "Angelo Baracca" <baracca@fi.infn.it>
Sono d'accordo sulla proposta di Paola di un testo inviato ai
ministri
della difesa e degli esteri. Pero', se siamo un Comitato di Scienziate/i
contro la guerra" forse dovremmo cercare di fare anche qualcosa di
piu'. Per
esempio, una lettera ai giornali, per sensibilizzare l'opinione
pubblica.
Non so se, di questi tempi (magari a settembre), si potrebbe anche
pensare
di organizzare una conferenza stampa nazionale, a Roma.
Per ora ciao (per almeno alcuni giorni non saro' reperibile, perche' ho
un problema di famiglia in Romagna: alla settimana prossima)
Angelo
Ritorno sul messaggio che ho spedito mezz'ora fa in risposta alla
proposta
di Paola letardi. Ci ho ripensato e avrei una proposta ulteriore.
Ricordo
quando negli anni '80 c'era il problema dei missili a Comiso: scrivemmo
un
documento sul quale raccogliemmo firme nelle universita' e nei centri di
ricerca (non ricordo se fu solo tra i fisici): arrivammo ad 800 firme e
lo
presentammo all'opinione pubblica e al Governo.
E' pensabile promuovere ora una cosa simile? Io potrei impegnarmi a
scrivere
una bozza di documento in agosto (faro' le vacanze stando qui nei
paraggi),
tanto devo scrivere un articolo sullo stesso argomento anche per
"Giano":
in settembre potremmo lanciare la campagna di firme.
Pensateci un momento, ciao
Angelo
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Date: Thu, 20 Jul 2000 17:56:06 +0200
From: Marco Cervino <M.Cervino@isao.bo.cnr.it>
Concordo con l'idea di fare qualcosa di piu' che una petizione per
una
posizione che il ministro avrebbe gia' fatto sua (anche se per ragioni
probabilmente diverse da quelle di molti di noi, temo).
Certo serve anche poter dire "ci siamo e otteniamo
qualcosa...".
Ma forse si puo' chiedere di piu':
per esempio: far impegnre i ministri a stanziare una somma a favore di
progetti (da mettere a bando) su (mi sto ispirando alla pagina di
Drago):
- fattibilita', esperienze pilota della difesa popolare nonviolenta su
varie
scale (Italia-Europa-ONU).
- Osservatorio sugli interessi militari che coinvolgono la ricerca
scientifica: sviluppo di indicatori su trasparenza democratica dei piani
di
ricerca e indipendenza (intellettuale, finanziaria).
Per la definizione del bando si potrebbe proporre "Scienziati/e
.. come
consulenza.
Per la somma, si puo' proporre una cifra uguale a quanto si apprestano a
mettere in Finanziaria per l'Eurofighter (piccoli aerei crescono ...), o
piu'
ragionevolmente qualche megaEuro.
Troppo pesante?
Marco Cervino
fisico / physicist
Consiglio Nazionale delle Ricerche, CNR-ISAO, (ex IMGA e FISBAT)
Istituto di Scienze dell'Atmosfera e dell'Oceano
v. Gobetti 101, Bologna I-40129 Italia
TEL +39 051639-9579 FAX -9649
e-mail M.Cervino@isao.bo.cnr.it
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Date: Thu, 20 Jul 2000 21:46:39 +0200
From: Mauro Cristaldi <Mauro.Cristaldi@uniroma1.it>
Carissimi,
ritengo l'idea di Marco Cervino veramente illuminante per consentire
alle concrete iniziative a sostegno della pace di camminare sulle
proprie gambe,
anche per evitare che tali iniziative ricadano sempre economicamente
sulle
esauste casse dei pacifisti, che abitualmente pagano i danni di guerra
commessi da altri (vecchia abitudine ormai inveterata anche nella
gestione
ambientale). Adottando la strategia Cervino si dovrebbero dirottare le
spese per la cosiddetta Difesa (che ormai si dovrebbe chiamare piª
appropriatamente Offesa) verso iniziative di pace magari giÁ in parte
istituzionalizzate: ritorno ossessivamente sui Corpi di Pace, di cui la
nostra rete potrebbe divenire consulente ufficiale.
E' pur vero che, se dovessero cominciare a girare soldi, vigilanza e
controlli interni dovrebbero aumentare, in quanto, se la ricerca
istituzionale costa, in feedback con aberranti attivitÁ produttive
(tecnologie spaziali, nucleari, elettroniche, belliche, biologiche), la
ricerca alternativa, volta a risolvere la reversibilitÁ di sistemi
ormai
troppo compromessi, credo debba costare ancora di piª; quindi credo che
qualche megaEuro sia ancora troppo poco. ChissÁ allora se sarÁ di
nuovo la
"nuova" dirigenza italiana a permettere la trasformazione
della strategia
teorica di Scienza & Pace in pratica strategica!
Un grazie a Paola, ad Angelo e a Marco che sollecitano ancora i nostri
stanchi cervelli a pensare.
Ciao, Mauro
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Date: Sat, 22 Jul 2000 09:37:43 +0200
From: elisabetta donini <donini@agraria.unito.it>
Mi associo ai consensi e integrazioni rispetto alla proposta di
Angelo.
Credo che sia un ottima cosa che Angelo inizi a scrivere un documento e
che su questo chi pu· e sa faccia varianti e commenti; dopo di che, a
settembre potremo prendere iniziative.
Mi pare essenziale che il Comitato cerchi di agire tanto all'interno
degli ambienti scientifici quanto nel 'mondo esterno', ma sono convinta
che la capacitÁ di avere voce anche a livello politico non dipenda
solamente da quante firme raccogliamo nelle universitÁ e centri di
ricerca nÕ dalle eventuali adesioni di personaggi particolarmente
riconosciuti come autorevoli.
Conta che una nostra presa di posizione possa essere percepita nel
quadro di uno spostamento significativo delle opinioni diffuse.
Per chi Ò piª anziana/o, vi ricordate gli anni '80 e il nucleare?
Epico
il confronto Mattioli-Amaldi (nel senso che Ò rimasto nella memoria
collettiva come un punto di svolta), ma decisivo fu che attorno a eventi
di quel genere si anim· tutto un movimento capillare che raggiunse la
generalitÁ delle persone, fino al successo del referendum.
Credo anche che sarebbe molto importante che un Comitato come il nostro
lavorasse per una ripresa ampia della consapevolezza che sono le
cittadine e i cittadini (possibilmente con un'estensione non
etnocentrata di questa nozione) a dovere e potere decidere delle scelte
essenziali.
Saluti e buona estate a chi va in vacanza, a chi lavora, a chi unisce le
due attivitÁ
Elisabetta Donini
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SCIENZE STRATEGICHE
Date: Mon, 20 Dec 1999 21:53:41 +0100 (MET)
From: Andrea Martocchia <martok@sissa.it>
Mi e' stato forwardato il seguente messaggio, che mi sembra chiarire
piuttosto bene il meccanismo diabolico avviatosi tra certi settori
accademici e certi settori militari in virtu' della legge 464/97 (vedasi
sotto). Manca solo l'analisi del ruolo di un certo tipo di ONG
"governiste", pure esse impegnate nella collaborazione con i
militari in
"missioni di pace", ed il quadretto del nuovo militarismo
dalla faccia
pulita sarebbe completo...
Andrea
_______________________________________________________
Ai matematici italiani
Ai colleghi di PR
Invio alcune considerazioni su un tema. a mio avviso delicatissimo,
non
noto, però, ai più.
Cordialità
Mangione
L'ESERCITO DEGLI AMBASCIATORI A DIFESA ..... DELLA CULTURA
L'ex rettore dell'Università di Modena e Reggio, mentre era in
carica,
è stato nominato "cadetto ad honorem" dell'Accademia Militare
di Modena;
all'ex comandante Generale dell'Accademia Militare di Modena è stata
assegnata, mentre era in carica, la laurea "ad honorem" in
giurisprudenza.
Le Università di Modena e di Torino, tramite le Facoltà di
Giurisprudenza e
di Scienze politiche, hanno istituito il Diploma e la Laurea in Scienze
strategiche; la Accademia di Modena iscrive i propri cadetti, con fondi
dello Stato, cosi' come con i medesimi fondi li stipendia, oltre a
mantenerli, per tutto il periodo di permanenza all'accademia, alla
Università di Modena; ai medesimi, ad esclusione dei pochi che seguono
i
bienni propedeutici di corsi tipo Ingegneria o Medicina o Veterinaria
(guarda caso...!), a fine accademia oltre ad essere garantita la
carriera
militare, è di fatto fornita la laurea in Scienze strategiche (di primo
livello a Modena, come ovvia estensione del sopra citato Diploma, la
successiva a Torino). Può essere interessante constatare che i primi
laureati in tale qualificato corso di Laurea si sono avuti nel momento
medesimo della istituzione della prestigiosa laurea: il Capo di Stato
Maggiore dell'Esercito, l'Ispettore delle Scuole dell'Esercito. A ruota,
in
una sorta di riconoscimento generalizzato a posteriori, sembra che tale
laurea sia in corso di assegnazione (d'ufficio?) a molti ufficiali in
ruolo
effettivo da un certo grado in poi (in virtù della citata 464/97, che
di
fatto riconosce la possibilità di dare titoli di studio del tipo laurea
a
chi, nelle forze armate, abbia (non si capisce con il parere di chi) un
curriculum di "fatto" simile ai contenuti previsto dai piani
di studio di
questi nuovi corsi di laurea!). E pensare che in questo Paese si
disturba
il Parlamento per dare la Laurea postuma ad un qualche studente che
abbia
sostenuto tutti gli esami del proprio regolare corso di laurea!!!!!
In simultanea l'Accademia Navale di Livorno, tramite la Facoltà di
scienze
politiche della Università di Firenze, cerca di ottenere un nuovo
indirizzo
di laurea in Scienze politiche, Scienze politiche ad indirizzo
tecnologico,
riservato ai cadetti della accademia citata: è indubbio che nonostante
un
primo parere negativo del C.U.N. il tutto giungerà a buon fine.
Per la Guardia di Finanza, per non essere da meno, la Università
dell'Aquila ha realizzato, per ora, un Diploma in Scienze
dell'Investigazione.
Come puntualmente previsto, al C.U.N. è pervenuta la richiesta di
equipollenza della laurea in scienze strategiche con le "lauree che
consentono l'accesso a concorsi per la Guardia di Finanza": il
C.U.N. si è
limitato a dichiarare "irricevibile" la questione visto, fra
l'altro, che
al C.U.N. mai giunse richiesta di parere per la istituzione medesima
della
laurea citata e che al medesimo non sono note le lauree a cui la domanda
faceva riferimento.
Questi i fatti.
E' evidente il disegno generale innescato, impropriamente a mio avviso,
dalla possibilità ed opportunità che la legge (D.L. n. 464/97)
riconosce
alla creazione di protocolli di intesa fra Accademie militari ed
Università
(e che in ogni caso per la applicazione avrebbe dovuto attendere un
decreto
ministeriale non ancora realizzato), anche se risulta singolare che tali
inputs con le conseguenti, a volte bizzarre, determinazioni, prendano
corpo
proprio ora che l'esercito intende configurarsi, a detta di vari
generali
comandanti dell'Accademia Militare di Modena, come corpo di
"ambasciatori
di pace", oltre che tendere a divenire un corpo, come è nelle
determinazioni ufficiali di Esecutivo e Parlamento, di professionisti;
strano che il prurito per dotare a tutti i costi di una laurea ufficiali
e
sottufficiali e, guarda caso, con un "Scienze" davanti, si
intensifichi
alla vigilia di eventi di tale tipo e quando è posto in discussione,
stante
le rivoluzioni in atto, il valore legale stesso dei preesistenti e
sperimentati titoli di studio.
Non possono non sorgere svariati ed inquietanti interrogativi.
Sembra anzitutto evincibile che con tali scelte di campo
("ambasciatori di
pace" -non sostitutivi, però, dei tradizionali "alti
personaggi" della
Farnesina - al 90% "laureati" in corsi di laurea afferenti a
Giurisprudenza
o a Scienze politiche) le forze armate italiane nel volgere di non molti
anni dovranno ricorrere, per le competenze tecnico-scientifiche che
attualmente caratterizzano, e che sempre più caratterizzaranno, l'uso
degli
apparati militari, a personale adeguatamente istruito ed evidentemente
di
provenienza non militare! Curioso un esercito che possa dare l'idea di
un
struttura che si prefigura "non autosufficiente" nella
utilizzazione
strategica ed operativa dei suoi apparati più sofisticati; ma tant'è,
visto
che si sente declamare che "non deve essere compito degli ufficiali
quello
di decifrare ed applicare le istruzioni dei manuali" e che non
risulta,
però, che almeno la redazione di quei manuali sia effettuata dagli
ufficiali medesimi!
Potrebbe però osservarsi che tali operazioni conducono, finalmente, ad
un
risparmio per lo Stato: le strutture universitarie esistono già, tanto
vale
usarle per le Forze Armate; non è così, perché la Accademia di Modena
dirotta alla Università di Modena-Reggio lo stanziamento che utilizzava
per
pagare i corsi universitari (incarichi) che prima si svolgevano presso
la
Scuola d'Armi dell'Accademia; i corsi medesimi, ora sotto la nuova egida
e
con buona pace per la gloriosa Scuola d'Armi dell'Accademia, sono ancora
effettuati (come supplenze bandite dalla Università di MO-RE)
all'interno
dell'Accademia ad uso esclusivo, oltre che a "conformazione"
esclusiva, dei
cadetti.
L'operazione, quindi, si trasforma in un finanziamento, perlomeno
anomalo,
delle Università che promuovono tali iniziative, oltre che nella
possibile
creazione di vie privilegiate a titoli dai contenuti e di utilità
problematici. Il finanziamento è poi certo e continuativo! Inutile dire
che
le percentuali di abbandoni degli studi (circa lo 0%) e del "buon
esito"
(circa il 100%) dei medesimi in tali contesti sono cose da altre
galassie
rispetto al 70% di abbandoni che caratterizza la vita universitaria
degli
studenti che vivono nell'universo usuale: l'organico degli ufficiali
delle
varie armi e forze deve pur essere in qualche modo garantito ....!
E allora sorge l'inquietante interrogativo del trattamento omogeneo fra
studenti iscritti alle istituzioni universitarie della Repubblica! Tali
istituzioni esistono da tempo; alcune sono più che millenarie; negli
ultimi
tempi le tipologie dei corsi ufficiali sono andate moltiplicandosi oltre
ogni ragionevole limite; possibile che questa enorme varietà di offerta
non
potesse essere utilizzata adeguatamente anche dai cadetti delle
accademie?
Possibile che per loro debbano crearsi corsi ad hoc? Perché proprio per
loro oltre alla carriera, la preparazione alla medesima pagata, gli
studi
fatti in Accademia pagati, deve garantirsi a tutti i costi anche un
titolo
legale anomalo rispetto ai preesistenti a disposizione dei normali
cittadini (e che non garantisce nessun impiego e tantomeno nessuna
carriera
semiautomatica)? La particolarità degli studi effettuati non rientra
forse
di già nella qualifica di "ufficiali" effettivi delle varie
armi che ai
cadetti è garantita, con la conseguente carriera (sottotenenti,
tenenti,
tenenti capitani, tenenti maggiori, tenenti colonnelli, colonnelli,
generali ad una, due, tre stelle), in parte automatica, alla fine dei
corsi
delle Accademie militari?
Un altro interrogativo meno peregrino di quanto si possa a prima vista
ritenere(basta fare un poco di conti specie con riferimento ad Università
non grandissime), nasce dall'inquinamento che un elevato numero di
lauree
quasi certe per la totalità degli iscritti (siamo, appunto, in un'altra
galassia) inducono nei dati statistici tanto cari alle attuali gestioni
ministeriali, in virtù dei quali si bacchettano o si premiano i
comportamenti virtuosi anche delle istituzioni: fatta la legge, trovato
l'inganno ?
Per i corsi di laurea istituiti, grazie alle ben note sanatorie relative
anche a eventuali schizofrenie realizzate in varie università l'anno
passato, non è stato nemmeno richiesto il parere del C.U.N. Meglio così,
poiché per i diplomi accesi per i quali il C.U.N. ha dato un parere non
contrario a priori ma con una rilevante sequela di condizioni, le
condizioni poste al parere favorevole alla sperimentazione sono state
sistematicamente ignorate e non poste in atto.
Resta il rilevante problema dell'avere tacitamente elevato a livello
universitario svariate materie militari, non si sa a quali
raggruppamenti
afferenti e non si sa da che referee giudicabili. Interverranno i soliti
autoreferee interni con le "promozioni" sic et simpliciter di
vari
ufficiali a "professori universitari": due piccioni con una
fava,
splendido! Non per nulla ci sono alti ufficiali che fra una onorificenza
e
l'altra vanno gloriandosi di avere finalmente elevato al rango di
"professori" universitari i propri ufficiali.
Probabilmente scelte di tale tipo andrebbero meglio ponderate ed, in
ogni
caso, effettuate da un organo adeguato e non lasciate ai vivaci stimoli
indotti dalla recente sindrome neopseudoautonomistica disordinatamente
diffusa da illuminate quanto confuse iniziative ministeriali, tradotti
in
termini operativi, si fa per dire, grazie all'improvvisato
dirigenzialismo
di tanti rettori oltre che dalla repentina vocazione liberista degli
attuali gestori del Paese.
Tutto ciò, ovviamente, nulla ha a che vedere sul poco dignitoso
trattamento
economico in atto per buona parte delle Forze armate; anzi, una infelice
leggina ha accomunato, quando la onnipotente dirigenza pubblica non era
contrattualizzata, parte delle Forze armate con la docenza universitaria
nella non fruizione di trattamenti riservati a tale dirigenza.
L'inusuale
legame di militari e docenza universitaria si è perpetuato, fra
l'altro,
con il mantenimento delle due categorie al di fuori anche di una modesta
parte degli esagerati, e non noti ai più, trattamenti economici
consentiti
dal Governo per la dirigenza (recentemente corroborati da un aumento del
30%).
Viene proprio da chiedersi se non si sia inteso sanare un inadeguato
trattamento economico con l'eventuale rilascio di nuovi e fantasiosi
titoli
di studio e se non sia da formulare un sentito ringraziamento alle
Facoltà
di Giurisprudenza e Scienze politiche per i fattivi interventi tramite i
quali consentire alle forze armate di estendere la loro funzione di
difesa
anche alla cultura del Paese.
La portata e la natura del disegno in atto, in ogni caso, vedrebbe nel
Parlamento l'organo adeguato a meglio precisare e a gestire in modo
uniforme la questione e non, mediante richiesta di pareri da parte di
certe
Università a cose fatte, il C.U.N. . Tale organo potrebbe invece
costituire
momento di rilevante supporto, anche propositivo, al Parlamento
medesimo,
al fine di garantire adeguati contenuti e articolazioni coerenti anche
ad
eventuali nuovi corsi di laurea. Questi ultimi, se istituiti (sembra
abbondino neo "scienze strategiche" nei formulandi
"Decreti d'Area"), non
devono rischiare di divenire titoli di fatto ghettizzanti o dai
contenuti
sfuggenti capaci di mettere di buon umore chiunque dei medesimi senta
parlare, o titoli "by pass" usati per consentire, di fatto,
agli stessi la
valenza di altri in virtù di premeditate equipollenze fra titoli,
punitive
per chi con fatica ha ottenuto per via diretta i titoli "di
arrivo".
Vittorio Mangione
Consigliere C.U.N.
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From: "Antonino Drago" <drago@unina.it>
Date: Tue, 21 Dec 1999 23:26:02 +0100
Cari amici, a proposito del messaggio forwardato da Martocchia sulle
"Scienze strategiche", aggiungo che E8 dal '95 che denuncio
che la Acc.
Aeronautica si E8 convenzionata con la Fac. di Scienze Politiche per un
corso interno, i cui docenti sono tutti di nomina dell'Accademia, salvo
poi fare la tesi all'UniversitE0. Ho il testo della convenzione, che
recita che i cadett debbono avere un ruolo dirigenziale nella societE0.
Non ho avuto ulteriori di quante lauree siano state distribuite.
Il paradossale E8 che tutto questo E8 avvenuto quando la delega alle
UniversitE0 E8 stata affidata a Luciano Guerzoni, noto pacifista e
obiettore fiscale alle spese militari. Nel settembre 95 inviai una
lettera aperta, che il Manifesto non pubblicF2, per casomai rispondere
pan per focaccia alla invasione del civile da parte dei militari (che
ora sono tutti multiruolo, guerra polizia e pace tutti assieme): far
aprire le Accademie, diventate delle vere e proprie UniversitE0, agli
studenti civili; per lo meno si renderebbe traspoarente quella gestione;
nE9 ci sono segreti militari da nascondere, perchE9 la strategia la
insegnano in luoghi speciali (e poi come?). Ma non ebbi risposta.
Cari saluti
Antonino Drago
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Date: Mon, 28 Feb 2000 16:35:35 +0000
From: "Valeria Chiado' Piat" <vchiado@polito.it>
Date: Mon, 28 Feb 2000 13:29:10 +0100
From: Vittorio Mangione <mangione@prmat.math.unipr.it>
Subject: NotCun48(23-24)febb-2000
To: Lista destinatari soppressa <mangione@prmat.math.unipr.it>
Reply-to: mangione@prmat.math.unipr.it
MIME-version: 1.0
Parma, 28-02-2000
Ai Matematici italiani
Ai colleghi della Universita' degli Studi di Parma
Loro Sedi
Invio il resoconto n. 48 della sessione ordinaria C.U.N. dal 23 al 24
febbraio 2000.
Il resoconto e' personale, non ufficiale e non necessariamente
completo. Per essere tempestivo e' esposto a qualche inevitabile errore
di forma e contenuto.
Raccomando di consultare il sito web ufficiale del C.U.N.
http://www.murst.it/cun/ dove sono accessibili i documenti e i verbali
ufficiali.
Invio il resoconto come comunicazione personale e in osservanza della
legge 675/96 sulla tutela dei dati personali.
Chi non avesse interesse a riceverlo per favore risponda scrivendo nel
"Subject" <NO NotCun> e il tuo indirizzo sara'
cancellato dalla lista.
Cordialita'
Mangione
*******************************************************
NotCun n. 48 (23-24)febb-2000
Resoconto della sessione dei gg. 23-24 febbraio 2000
(...)
Sulla Questione delle "Scienze strategiche" il C.U.N. ha
approvato alla
unanimità il documento che vi ho già sottoposto nel comunicato
precedente e che di seguito ripropongo:
COMMISSIONE II
QUESTIONI CONCERNENTI LE ISTITUZIONI DI CC. DD. LL.
RISERVATI AGLI UFFICIALI DELLE FORZE ARMATE
Si da' lettura del documento proposto dalla Commissione II.
Intervengono i Consiglieri SURACE e BRUNO.
Posto in votazione, il documento viene approvato all'unanimità dal
Consiglio come Parere Generale n. 40 e di seguito trascritto:
"IL CONSIGLIO UNIVERSITARIO NAZIONALE
ha preso in esame, in più riprese, richieste di attivazione di corsi
universitari dedicati alla formazione di Ufficiali e Sottufficiali delle
Forze armate. In particolare, nell'ambito e nei limiti della legge 14
gennaio 1999, n.4, ha espresso parere favorevole, con osservazioni e
condizioni, alla proposta di istituzione di un Diploma universitario in
Scienze strategiche da parte dell'Università di Modena e Reggio Emilia,
riservato alla formazione dei cadetti dell'Accademia militare (adunanza
del
26 febbraio 1999) e di un diploma in Scienze investigative da parte
dell'Università dell'Aquila, riservato agli allievi sottufficiali della
Guardia di Finanza (adunanza del 18 novembre 1999).
Oltre a ribadire quanto già espresso nei su citati pareri e in attesa
di
esaminare il decreto ministeriale che, ai sensi del D.L. 464 del 28
novembre 97, dovrà disciplinare la definizione dei corsi universitari
adeguati alla formazione degli Ufficiali delle FFAA, il CUN ritiene
utile e
urgente sottoporre al sig. Ministro le seguenti osservazioni:
a - Il D.L. 464/97, all'art.2 comma3, delega a specifiche convenzioni
da
stipularsi tra Università e Accademie e Istituti militari di istruzione
superiore il compito di regolamentare l'utilizzo di docenti delle
Accademie
e degli Istituti militari per "specifici insegnamenti" e di
normare la
concessione di titoli universitari agli Ufficiali in servizio
all'entrata
in vigore della legge stessa, previa verifica del superamento "del
previsto
ciclo di studi presso le Accademie e gli Istituti militari di istruzione
superiore".
Il CUN osserva che:
· Poichè all'Università spetta la responsabilità didattica dei corsi
universitari, appare necessario che sia garantito ad essa l'esercizio
del
diritto-dovere di verificare, sulla base dei curricula, le competenze
dei
docenti esterni cui affidare insegnamenti che concorrono in maniera
determinante alla formazione attestata da un titolo di studio
universitario.
· La concessione di titoli universitari, che conservano a tutt'oggi
valore
legale, è l'atto conclusivo di un percorso di studi universitari; solo
la
procedura "honoris causa", riservata ad un numero molto
limitato di
personalità di elevatissimo profilo scientifico, permette la
concessione
di
un titolo universitario al di fuori del percorso curriculare. Il
riconoscimento delle equipollenze di titoli universitari necessita di un
parere da parte del CUN.
Nella fattispecie, occorre, pertanto, almeno prevedere con chiarezza gli
ambiti di possibile corrispondenza tra gli studi seguiti dagli Ufficiali
in
servizio prima della emanazione del D.L. 464/97 e i nuovi percorsi
universitari che verranno stabiliti dal Decreto ministeriale in via di
approntamento, nonchè i possibili debiti formativi che si rendesse
necessario recuperare.
Il CUN ritiene comunque indispensabile poter esprimere il proprio parere
sulle modalità di riconoscimento degli studi pregressi utilizzabili ai
fini
del rilascio di titoli universitari, affinché le convenzioni tra
Università
ed Enti Militari vengano stipulate sulla base di chiari ed uniformi
criteri
generali.
b - Appare opportuno che, nell'ambito del decreto, venga chiarito il
raccordo tra tempi della formazione militare e tempi della formazione
universitaria, ora imperniati sul modello 3 + 2 (laurea e laurea
specialistica), così come il significato della dizione "corsi
corrispondenti", che, nel D.L. 464/97, indica quei corsi
universitari
attivati in Università diverse da quelle in convenzione, ai quali può
iscriversi lo studente-cadetto che non abbia concluso gli studi nei
tempi
previsti, avendo riconosciuti "gli esami sostenuti con esito
positivo".
c - Appare infine utile che venga chiarito il rapporto tra corsi
universitari riservati o dedicati agli Ufficiali delle FFAA e gli altri
corsi ad accesso libero, soprattutto quando si prevede la riserva di un
solo indirizzo di un corso di laurea; ciò anche al fine di garantire
chiarezza e omogeneità di trattamento da parte del sistema
universitario
nazionale rispetto ai cittadini, sia nella fase di accesso ai corsi
universitari sia in quella dell'esercizio delle competenze professionali
acquisite.
Il CUN, considerato che appaiono essere in attuazione convenzioni che
già
hanno condotto alla concessione del titolo universitario di laurea in
Scienze strategiche (una laurea peraltro tutt'ora in attesa di
decretazione, come prescritto dal D.L. 464/97), agli ufficiali in
servizio,
chiede al sig. Ministro di essere posto a conoscenza di atti (protocolli
d'intesa, convenzioni, concessione di titoli universitari ed altro)
eventualmente già intercorsi tra Università ed Enti militari, aventi
per
oggetto la formazione universitaria per le FFAA, anche al fine di poter
più
compiutamente costruire il proprio parere sulle classi delle scienze
strategiche, sulla base del proprio documento preliminare, che indica i
criteri omogenei ai quali il CUN vuole attenersi".
Esprimo soddisfazione per la presa di posizione del CUN a seguite
delle
mie reiterate osservazioni e proposte. Auspico che tale parere abbia
adeguata eco e considerazione a livello di Esecutivo e di Parlamento al
fine di effettuare scelte ed assumere determinazioni coerenti con il
complesso della riforma.
......omissis.......
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Prof. Vittorio Mangione
Università degli Studi di Parma
Dipartimento di Matematica
Cattedra di Geometria 1
Componente del Consiglio di Amministrazione
Membro del Consiglio Universitario Nazionale per l'area 01
Membro effettivo della Corte di Disciplina
Via M. D'Azeglio 85/A-43100 Parma
Tel. e fax: 0521902336
e-mail: mangione@prmat.math.unipr.it
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